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Effetto wow e comunicazione: perché sorprendere oggi non significa più stupire

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Effetto wow e comunicazione: perché sorprendere oggi non significa più stupire

Nell’era della comunicazione digitale e dell’effetto wow permanente, attirare attenzione non basta più. Ecco perché! 

Per anni il mondo della comunicazione ha inseguito un obiettivo apparentemente semplice: stupire.

L’idea era che una campagna efficace dovesse catturare l’attenzione e lasciare il pubblico a bocca aperta. Più una comunicazione riusciva a sorprendere, più aumentavano le probabilità di essere ricordata. In un panorama mediatico meno affollato di quello attuale, la logica aveva perfettamente senso.

Oggi, però, il contesto è cambiato.

Scorriamo ogni giorno centinaia di immagini, video, campagne, contenuti e stimoli progettati per ottenere una reazione immediata. Produzioni impeccabili, animazioni sofisticate, esperienze immersive e tecnologie sempre più accessibili hanno reso la spettacolarità una componente largamente disponibile.

La straordinarietà è diventata ordinaria e, quando qualcosa diventa ordinario, perde inevitabilmente parte della propria forza.

L’inflazione dello stupore 📈​

In economia esiste un principio piuttosto semplice: quando un bene diventa abbondante, il suo valore percepito tende a diminuire. Lo stesso sembra accadere allo stupore. Non perché le persone abbiano smesso di emozionarsi o siano diventate impermeabili alla creatività; al contrario, continuiamo a cercare idee capaci di incuriosirci e coinvolgerci.

Ciò che è cambiato è la soglia di accesso alla meraviglia. Infatti, quello che fino a pochi anni fa appariva eccezionale oggi rappresenta spesso il punto di partenza. La conseguenza è che attirare attenzione non basta più.

Attenzione e memoria non sono la stessa cosa 👀​

Per molto tempo il successo di una campagna è stato associato alla sua capacità di farsi notare, ma essere notati non significa necessariamente essere ricordati. Molti contenuti conquistano qualche secondo di attenzione, generano visualizzazioni, interazioni e condivisioni. Molto meno frequente è la capacità di lasciare una traccia duratura.

La differenza sta nel significato: l’attenzione è un momento, la memoria è una relazione. La prima può essere conquistata attraverso un artificio visivo o una soluzione tecnologica; la seconda richiede qualcosa di più profondo: un’idea o una prospettiva capace di risuonare nel tempo.

Abbiamo confuso la sorpresa con la spettacolarità? 🫥​

Forse uno degli equivoci più diffusi degli ultimi anni è proprio questo. Abbiamo progressivamente associato il concetto di sorpresa alla ricerca dell’effetto wow, come se le due cose fossero sinonimi. In realtà non lo sono mai state!

Quando diciamo che una comunicazione ci ha colpito davvero, raramente ci riferiamo soltanto alla sua estetica. Più spesso stiamo parlando di qualcosa che ci ha fatto vedere una realtà da una prospettiva inattesa o che ha dato forma a un’intuizione che non avevamo ancora formulato.

La vera materia prima della creatività 🌱​​

Nell’era della spettacolarità sempre più accessibile, il vero elemento distintivo torna a essere il pensiero. Occorre trovare un insight originale, una connessione inaspettata o una lettura del presente che altri non hanno ancora visto.

Il rischio nel rincorrere costantemente il prossimo effetto wow è quello di entrare in una competizione senza fine, perché ci sarà sempre qualcuno in grado di produrre qualcosa di ancora più spettacolare.

Molto più difficile, e molto più interessante, è generare idee che non si limitino a generare una reazione immediata, ma contribuiscano a costruire reputazione, riconoscibilità e valore nel tempo.

In fondo, sorprendere non significa necessariamente stupire. Ed è proprio questo il significato più profondo del nostro Be Surprised!

1598 1991 Caratti e Poletto